A una mummia

Mummia fasciata in logori
Papiri sontuösi,
Mummia che sul sudario
Porti l’apoteösi,
Perdona se i nepoti,
Più culti che devoti,
Fan del tuo frale eterno
Sì misero governo.

Tu, nata al sole, al fulgido
Sole del tuo deserto,
Al soffio ardente e libero
D’un orizzonte aperto,
Tu non pensavi, un giorno.
Nel gel d’un aer piorno,
D’esser messa in vetrina
Da una gente latina.

Sei a pezzi. Il tuo cuore, i tuoi polmoni e anche il cervello ti son stati tolti e messi in vasi. Sei un guscio in attesa di esser riempito a nuova vita.  Il tuo regno, i tuoi ori e i tuoi cari sono svaniti. Di te non rimane altro che ossa e bende di papiro.

E venne il paleologo,
Divinator de’ segni,
A ordir sul tuo sarcofago
Cifre di stirpi e regni;
Fu vïolato intero
Della tomba il mistero;
T’han lisciate le chiome
E t’han chiamata a nome.

E così ti trovò il piccolo uomo, avido del proprio sapere. Ti rapì dalla tomba e ti portò alla luce, davanti a tutti. Esibita come un trofeo. Come una vincita. Un premio per un duro lavoro. Senza gentilezza. Senza rispetto. Senza una preghiera destinata al tuo lungo sonno. Spogliata dai tuoi averi. Lì nuda e indifesa.

Oggi, depositario
Di tanta erudizione,
Pianta bottega e cattedra
Un lurco cicerone
Che ti narra all’Inglese
(Pur ch’e’ paghi le spese)
Storpiando i nomi (o scherno!)
Del tuo parlar materno.

O stolto studioso che credi di aver compreso l’essenza vera della mummia, che credi di domarla. Di conoscerla e di soggiogarla con la tua finta storia. Con le tue illusioni. Non vedi che lei resta impassibile ormai? Ha perso tutto. Persino se stessa.

Eppur chiudesti un’anima
In quella sorda testa,
Lo sento, e n’è riverbero
Quella tua fronte mesta,
Eppur sentisti il core
Balzarti per amore,
Eppur provasti il morso
Del pianto e del rimorso.

I sogni, racchiusi nel cervello ormai polvere. Gli amori, persi in quel vaso spaccato nella sabbia. Niente più lacrime per chi non ha più sangue.

Qui per andar di secoli
Non muterà tua sorte,
Vedrai novelli popoli
Colle occhïaia morte,
E il tempo che ne fruga
Non segnerà una ruga
Sovra il tuo volto scarmo
E freddo come marmo.

Ma un dì verrà, novissimo,
Che in una cupa valle
Cadrem, tremanti, pallidi.
Coi nostri errori a spalle,
E sentirem la tromba
Che spezzerà ogni tomba.
Mummia, quella mattina
Romperai la vetrina.

O stolto uomo che credesti di imprigionar una mummia senza nome. Non ti sei accorto che cercasti di violare Iside la magnifica? Ora piangi le tue mani graffiate dai vetri della teca scoppiata e rimpiangi la vista perduta nell’osservar la Luce della Dea. E’  tardi ormai . Iside è risorta, come la Fenice dalle ceneri.

 

La poesia citata è di  Arrigo Boito
Torino, Museo Egizio, 1862

Potete leggerla completa qui:
http://it.wikisource.org/wiki/Il_libro_dei_versi/A_una_mummia

 

Poichè io sono la prima e l’ultima,
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la mamma e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono colei che da la luce e colei che non ha mai procreato,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che mi creò.
Io sono la madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poichè io sono la scandalosa e la magnifica.
(Inno a Iside)

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