Archivio | luglio 2014

Cicatrici

La realtà a volte fa male, lascia segni indelebili sulla pelle. Cicatrici che rimangono visibili anche con l’abbronzatura. Segno che qualcosa ti ha toccato nel profondo ed è rimasto lì, quel zig-gaz ,per farti ricordare cosa è accaduto.

Cerchi un modo per continuare a vivere, fingi che non sia mai esistito quel dolore. Ma poi l’occhio ti cade su quel segno brillante e non puoi ignorarlo.

Credevo che oggi fosse venerdì.

Ora come posso continuare a lavorare per ben 4 ore e tornare qui dentro anche domani mattina? Con che forza?

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Cleaning

Le candele.
I sali profumati alla rosa.
La musica.
L’acqua calda e profumata.
Accendevi l’idromassaggio.
La crema per i capelli.
L’idratante.

immagine presa da:  splattergramma.blogspot.it

immagine presa da: splattergramma.blogspot.it

Ora.
Doccia con temperatura a caso.
Quando entri preghi che sia quella giusta. Se non lo è pensi che farà comunque bene per combattere la cellulite oppure per le vene. Ti illudi insomma.
Viso di Puffetta spiaccicato al vetro come se la doccia fosse un negozio di dolciumi prelibati.
“Mamma ho sete”
“Mamma non trovo il pony”
“Mamma hai finito?”
Il bagno non è più quel regno privato e di pace.
E’ un centro informazioni aperto 24 ore su 24.
“Butto la pasta?
“Cosa mangia Puffetta di secondo?”
“Ti ho detto che domani sera ho una cena?”

Ecco, ho dimenticato di mettermi il balsamo.

Poi sai che c’è?

C’è che oggi non ho portato la schiscia
C’è che ieri sera ho ingoiato una tachipirina e sono collassata prima di mia figlia
C’è che non ho voglia di uscire a comprare un’insalata e che “ma dai un po’ di compagnia mi fa bene” e sono uscita a pranzo coi colleghi
C’è che ho scordato il motivo per cui non andavo più a pranzo con loro
C’è che oggi c’è lo sciopero dei treni
C’è che finisco sempre seduta vicino a Zio Fester
C’è che lo fanno apposta a farmi sedere vicino
C’è che ha esordito con un “allora oggi c’è lo sciopero?”
C’è che ha intervallato la frase “ma allora non ho un treno?” circa ogni due secondi mentre si infilava una patatina in bocca
C’è che il treno ora desidero tirarglielo in testa, con tutto il binario e la stazione di Garibaldi…
C’è che penso che in questo periodo ha pure trova una tipa
C’è che non riesco a non pensare a questa scena:

Il cielo promette di tutto ma resta nascosto

A parte che gli anni passano per non ripassare più
e il cielo promette di tutto ma resta nascosto lì dietro il suo blu
(Ligabue)

 

Caro Liga qui il blu ce lo scordiamo.
A parte che a Milano al massimo il cielo può essere grigio, grigio perlato, grigio tendente all’azzurrino. Il blu è un colore troppo vivo, i nostri occhi non sono abituati.
A parte questa divagazione, qui piove a dirotto da…da… non so più da quando. Piove talmente tanto che a fine luglio sono riuscita a buscarmi un raffreddore epico.
Sono talmente rintronata, e senza voce, che stamattina sono riuscita a combinarne una dietro l’altra. Ho raggiunto livelli di stupidità stratosferici, spero di raggiungere il mongolino d’oro entro la giornata.
La mia migliore performance delle giornata è stata:

Test di un programma, mouse posizionato sul campo cognome, la mia collega che mi dice:
“Laura digita uno” (inteso come un cognome a caso)
E io solerte premo 1.

Ok, posso andare a casa con la copertina di pile. Vero?

Pasticci

Ci sono persone perfette. Escono di casa pettinate come per una sfilata, i tacchi vertiginosi, curate in ogni dettaglio. La cintura dello stesso colore delle unghie, del ciondolo, degli orecchini e del cinturino dell’orologio. Profumano sempre di fresco. Impeccabili.

Alcune sono anche mamme, e solitamente sono accompagnate da figli altrettanto impeccabili.
Col piccolo nel passeggino e “il grande” che cammina accanto. Vestiti entrambi uguali, con gli occhiali da sole di Gucci. Impeccabili.

Poi ci sono io, e mi figlia ovviamente.
Noi due no. Non siamo impeccabili.
Siamo quelle due lì, sedute in piazza ai tavolini di un bar, osserviamo i perfetti che passeggiano.
Puffetta, in braccio, mi indica col dito le persone e mi dice
“Mamma guarda sembra Babbo Natale” e indica una suora.
“Certo Puffetta, un Babbo Natale per la tv in bianco e nero”
E ridiamo.
Cappelli alla moda del momento, cioè spettinati a caso.
Pantaloncini corti e canottiera, perchè fa troppo caldo per noi per esser fighe. Ci basta star comode.
Arriva il suo gelato e il mio caffè.
Il ragazzo del bar ci conosce. Ha soprannominato mia figlia “la collezionista di ombrellini da gelato“. Le chiede “che colore ti manca?” e sfoglia la collezione per trovarle quello che cerca.
La coppa che vuole lei non esiste nell’elenco. Ma noi, e il ragazzo, ce ne freghiamo. Solerte prende appunti e fa esattamente quello che lei gli ha chiesto.
Arriva la nostra ordinazione, Puffetta va a sedersi al suo posto. Io scambio due parole col ragazzo.
E BAAAAAM!
Il mio caffè vola all’aria.
Puffetta invece che spostare la sedia verso il tavolo, ha spostato il tavolo verso se stessa.
Perchè i bambini sono così. Perchè tutto gli deve andare incontro. Non sono loro a doversi spostare, è il mondo che li deve accogliere.
Peccato che il mio caffè non l’ha compreso.
E al momento nemmeno la sua mamma, che si è arrabbiata.

Negozio di cosmetici. Compriamo una crema idratante. Proviamo i vari tester e tra un “annusa qui” “senti questa” mi distraggo e faccio cadere un po’ di crema sul pavimento.
“Oh mi scusi che pasticcio che ho combinato”
La commessa non risponde. Mi fulmina con lo sguardo. Pulisce e nel suo intimo sogna di squartarmi.
Puffetta mi guarda e dice:
“Mamma il pasticcio ora l’ha fatto tu eh!”
E come darle torto! Del resto crescendo mica son migliorata.

La tesi è confermata dal fatto che stamattina parcheggio nel posteggio sotterraneo della stazione, scendo dall’auto e faccio volare il cellulare che si scompone in mille pezzi.
Ad un certo punto vedo un’auto fermarsi, il viso preoccupato di una ragazza che mi chiede “Signora sta bene? Tutto a posto?”
E mi vedo attraverso i suoi occhi: in ginocchio per terra, con l’ombrellino sotto la macchina accanto. Faccia sconvolta da chi non ha ancora bevuto un caffè.
Eh si. Sono un bel pasticcio.

 

immagine presa dal web

immagine presa dal web

Donne du du du

Donne io vi ammiro.
Ve lo dico col cuore, come se io non facessi parte della categoria.
Come se fossi  l’aliena che vi guarda col cannocchiale da quel pianetino lassù. Si si, quel puntino proprio dietro a Venere, che oggi tende l’arco mezza luna per tirar la sua freccia ad Apollo che rientra a casa dopo il lavoro.
Vi osservo mentre aspetto il treno sul binario. Tu col tuo vestitino bianco fiorito di di azzurro, tu che sei due volte più grande di me (e io non sono gracilina). Tu che sorridi alla vita, con i tuoi auricolari e la musica a palla. E non ti vergogni del tuo corpo, lo esalti all’enessima potenza. Orgogliosa delle tue forme, di come sei.
Io ti ammiro.
Io che gli unici specchi che hanno l’onore di vedermi sono quelli che riflettono solo il viso.
Che mi sento a disagio sempre e comunque, ovunque.
Io che se anche perdessi 20 kili, facessi 10 operazioni dal chirurgo plastico, non riuscrei mai mai mai ad ostentare la tua sicurezza.
E’ inutile, così ci nasci e io modestamente non nacqui.

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@Dudi Ben Simon

Donne du du du in cerca di guai
donne al telefono che non suona mai
Donne du du du in mezzo a una via
donne allo sbando senza compagnia
Negli occhi hanno dei consigli e tanta voglia di avventure e se han fatto molti sbagli sono piene di paure
(Donne – Zucchero)

Dolore

Il dolore. Le donne ci convivono costantemente.
“Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire” reppava la Pina in una vecchia canzone.
Sei diventata donna finalmente che gioia! E sei lì che ti pieghi in due per i dolori una volta al mese.
La ceretta, per piacersi e piacere, una tortura infinita e perenne.
Il parto, la gioia più grande, anticipata dal dolore delle doglie.
Eh si noi donne conviviamo col dolore e siamo sempre in bilico tra il nostro demone personale e il piacere, perchè sono collegati. Non riusciamo quasi a distingure tra l’uno e l’altro. E forse a volte ci confondiamo un po’.
Crediamo di relagarci dei momenti di gioia quando invece ci stiamo autoinfliggendo altra sofferenza.
Perchè lo facciamo?
Non lo so. Forse perchè è davvero nel nostro DNA. Perchè secoli di condizionamenti ci hanno portato a questo.
O semplicemente è la nostra natura di donna.

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Non abituarti, perchè è assai facile vivere con il dolore,
è una droga potente, presente nel nostro quotidiano,
nella sofferenza nascosta, nelle rinunce che facciamo,
quando diamo colpa all’amore per la sconfitta dei nostri sogni.
Il dolore spaventa allorchè mostra la sua vera faccia,
ma è seducente quando si ammanta di sacrificio, di rinuncia.
O di vigliaccheria.
L’essere umano, per quanto lo rigetti,
trova sempre una maniera per stare in sua compagnia,
per corteggiarlo, per fare in modo che sia parte della propria vita.
Se riuscirai a capire che è possibile vivere senza sofferenza,
sarà già un grande passo.
Ma non credere che gli altri ti comprenderanno.
Nessuno desidera soffrire,
eppure quasi tutti ricercano il dolore e il sacrificio,
e allora si sentono giustificati, puri e meritevoli del rispetto dei figli,
dei mariti, del prossimo, di Dio.
Il soldato va forze in guerra per ammazzare in nemico?
No va a morire per la patria.
Alla moglie piace mostrare al marito quanto è contenta?
No, vuole che veda quanto gli è devota, quanto soffre perchè lui sia felice.
Il marito si reca al lavoro pensando di arrivare alla propria realizzazione personale?
No, versa il sudore e le lacrime per il bene della famiglia.
e via così: i figli che rinunciano ai propri sogni per accontentare i genitori,
genitori che sacrificano la loro vita per soddisfare i figli,
dolore e sofferenza che giustificano solo ciò che dovrebbe arrecare solo gioia:
l’amore.
(tratto da 11 Minuti)

Dimensione avventura

Puffetta non bisogna spaventare gli animali, mi raccomando devi parlare sottovoce dentro le casette”
La mammanaturalista che è in me affiora dal mio subconscio in certe circostanze, per poi autodistruggersi due secondi dopo perchè la mia 14esima personalità prende il sopravvento e divento mammaridens.
“Mamma” mi dice lei a bassa voce “siamo nella casetta dei guardoni
Riferendosi alle casette di avvistamento.
“Mamma!” indignata “Smettila di ridere!! Hai detto di far silenzio!”

Mammaseriaespertadiognispeciedianimale al buio osserva fuori dal vetro per capire che animale dovrebbe esserci.
Tiene per mano una Puffetta altrettanto attenta.
“Non c’è scritto niente qui. Chissà che c’è”
Entrano nella casetta buia una coppia. Bellissimi. Sembrano appena usciti da una rivista di fotomodelli.
Mammaseriaespertadiognispeciedianimale li guarda e rimane affascinata dalla perfezione, non un capello fuori posto.
Lei che, con figlia alla mano, sembra appena uscita dalla galleria del vento. Nemmeno la coda che portano entrambe serve a molto.
Forse abbiamo anche qualche foglia tra i capelli. Sicuramente le guance sono rosse per il sole e il tanto ridere.
Siamo entrambe assorte a guardare le due divinità accanto a noi.
Lei parla con voce priva di calore
“Cosa dovrebbe esserci qui?”
Io, tutta contenta di far conversazione con due splendide creature, rispondo con un sorriso a 74 denti (ne ho chiesti in prestito un po’).
In quel preciso momento vedo con la coda dell’occhio un movimento, io e Puffetta ci voltiamo in sincronia perfetta e facciamo un balzo di un metro per lo spavento.
Colui che dovevamo osservare era lì, vicino a noi, a guardarci incuriosito.
Un airone.
Iniziamo a ridere, lui continua a fissarci. Si vede che siamo simpatiche.
Con le lacrime agli occhi ci voltiamo verso i due splendidi e …
loro sono seri. Due statue. Ci guardano con disgusto e se ne vanno.
Io e Puffetta ci guardiamo in faccia e torniamo a dialogare con l’airone. Lui si che è un figo.

Il Grande Puffo in questi casi improvvisamente trova interessantissima l’anatomia dell’insetto stecco, o la riproduzione dello storione. Insomma finge di non conoscerci. Di esser lì per caso.

 

PS: siamo stati qui