Vai avanti tu che mi viene da ridere?

Estate.
Rallentare.
Godersi la calma derivante dalla spossatezza del caldo.
Le cicale che stridono
….
Fammi guardare il calendario del centro estivo, cosa abbiamo?
Ah si, Lunedì compiti delle vacanze, bisogna ricordarsi il libro.
Martedì giochi d’acqua, richiesto asciugamano, costume e ciabattine. Un cambio.
Mercoledì piscina, ricordarsi merenda, crema solare, costume, cambio..etc..
Giovedì gita, preparare pranzo al sacco
Venerdì? Ah si, gare sportive. Pranzo al sacco….

Poi finisce che arrivi di corsa in stazione, prendi il treno al volo , stra pieno e corto perchè è estate.
Salti su e…
Dove ho lasciato Puffetta?
Non ricordo più se l’ho portata al centro estivo.
Oddio.
L’ho lasciata a casa da sola?
Oppure in macchina?
In preda al panico prendi il cellulare per chiamare tua mamma, ma hai il cellulare nuovo e non trovi i numeri in rubrica e …

ti svegli…

stamattina sono rimasta al centro estivo almeno 10 minuti a fissare Puffetta per imprimermi che fosse davvero lì e che potevo stare tranquilla.

ho bisogno di ferie….

Masha

Masha è nata in Sicilia.
In strada.
Nei branchi di cani abbandonati e malati che percorrono quei paesini dove è già difficile vivere per l’uomo, pressato com’è dal lavoro che manca e dalla Mafia che ruba la dignità.
Lei piccina è stata fortunata.
Ancora cucciola è stata soccorsa da una volontaria che l’ha curata, sterilizzata e spedita al nord in cerca di adozione.
Perché qui è tutto più facile.
Basta entrare al canile alle 10 di domenica mattina per scoprire quante persone sono in coda per adottare un trovatello.
Masha di quella vita si è portata appresso una zampina senza un dito, la voglia di correre libera nei boschi e la socievolezza esagerata con gli altri cani.
Masha è stata poi adottata da una famiglia con bimbo piccolo. Ha vissuto per sei mesi in un appartamento per poi essere riportata in canile.
Ogni volontario ci ha raccontato una motivazione diversa: troppo vivace, non adatta all’appartamento, il bambino era allergico.
E così l’abbiamo trovata noi.
Di quell’esperienza si è portata appresso la diffidenza che le fa contenere l’esuberanza affettiva. L’amore per i bimbi e una sensibilità fuori dal comune che le permette di comprendere come rapportarsi con ogni persona.
Masha ora è a casa con noi.
E qui ci resterà per sempre.
Ci metterà un po’ a crederci davvero.
Lo so benissimo, perché nei suoi occhi vedo riflessa la mia anima.

Quello che non dicono

Quello che non dicono lo percepisci, dalla postura del corpo. Dalle parole, dal modo di imporsi mentre parlano.

Arrivano e si comportano da padroni, come se anche la società del cliente fosse loro.
Eppure sono consulenti.
Il cliente dice “state tranquilli, tanto non cambierà nulla. E’ solo l’ennesimo subappalto.
Certo.
Lo puoi dire ai miei colleghi che non hanno mai vissuto la realtà del consulente informatico che si fa 3 mesi da un cliente e 4 da un altro.
Loro ci credono.
Credono a tutto ciò che gli dici, perchè sono qui da 20 anni e considerano questa la loro azienda.
Sono stata in subappalto in quasi tutti i miei lavori da consulente.
La diversità la noti subito.
Qui qualcosa non va.
E’ un gioco politico.
Se ne sente l’odore a distanza.
E in questi giochi non conta la tua esperienza o le tue capacità lavorative.
In questi giochi sei solo una pedina senza nome.

Passano i mesi e tu piccola Cassandra li osservi senza poter dire o fare nulla.
Anzi, un dirigente, sentendo i tuoi dubbi ti convoca in privato per rassicurarti.
Certo.
Però lo senti che nasconde qualcosa.
Lo vedi dal movimento delle mani che ciò che dice è in contrasto con ciò che pensa.
Ma sorridi e lo tieni per te.
Poi un signore viene sostituito nell’altro ufficio.
Poi un altro.
Lo sai come funzionano queste cose.
La società di subappalto farà qualche offerta a qualcuno e qualcun altro lo lascerà a casa.
Siamo tutti consulenti, vero, si andrà da un altro cliente.
Certo.
Per chi ha skill ed è giovane.
Ma tutti questi consulenti over 50?
Che ne sarà di loro?
Cassandra , Cassandra…
e intanto loro credono a quanto gli propina il cliente, che con un sorriso e una pacca ti fa credere di esser tuo amico.

Non credevo di vedere tanta ingenuità tutta insieme.

autostima esagerata

Cammino nel cortile del cliente presso il quale lavoro, davanti a me tre sciurette non più giovincelle che conosco di vista.
Una di queste inizia a parlare di un ragazzo del bar che frequento.
Eh ma l’hai visto? E’ EVIDENTE, che ci sta provando
Si ridicolo, potresti essere sua mamma

Io, pochi passi dietro di loro, rimango senza parole.
Lo conosco bene quel ragazzo. E’ solare, socievole e simpatico.
Da confidenza a tutti subito.
Ma questo non significa che ci sta provando.
E’ semplicemente il suo carattere.

Queste tre sciure, col vestito giallo a fiori rossi e abbronzatura da ibiza, avrebbero bisogno di una revisione alla propria autostima.

Stare fermi è pericoloso

Scendi dal treno che inizia a piovigginare, per fortuna hai lasciato l’ombrello in macchina al sicuro nel parcheggio. Così non prende umidità lui, piccino.
Accompagni  una tua collega momentaneamente senza auto.
Riparti verso casa pensando che finalmente hai un mercoledì senza impegni.
Senza spesa da fare, benzina, cartoleria, scuola, riunione di condominio, etc.
Un mercoledì piovoso dove non devi nemmeno bagnare il giardino.
Ti puoi spiaccicare sul divano.
Coda.
Rallenti.
Ti fermi.
Ci si muove appena appena.
Annoiata cerchi una canzone da cantare tra le varie stazioni radio.
Ah sentiamo qui che fanno….
Frentata.
Botto.
Ti mordi la lingua.
Mannaggia che male!!!!
Non parlavo neppure come ho fatto a mordermi??
Scendi dall’auto un po’ frastornata, come anche quello a cui sei andata addosso tu.
Stai cercando ancora di capire bene se ti ha investito la casa di Dorothy o il rinoceronte di Jumanji quando ti ritrovi due braccia che ti stringono e un ragazzino in lacrime che ti dice:
oddio stai bene? Non ti ho fatto male? E’ tutta colpa mia! Ma stai bene? Adesso mio papà mi uccide. Oddio dovevo partire per Rimini! Aspetta chiamo la mia ragazza. Ma tu sei sicura di stare bene? Guarda che macello ho fatto alla macchina. Mio papà mi uccide.

@Jumanji

Eh niente.
Così non mi sono neppure arrabbiata un pochino.

Frastornata dalla sua ansia ho compilato i moduli e sono tornata a casa con l’auto zoppiccante domandandomi:
ma sono velenosa velenosa?

(vecchia barzelletta del serpente che si morde la lingua)

Il ritorno

Ci sono.
Finalmente il periodo critico lavorativo è passato e posso riprendere un tran tran più tranquillo.


Peccato che tutto questo spremere di meningi ha esaurito il mio piccolo mini neurone solitario tanto da non riuscire più a formulare frasi di senso compiuto.
Ad esempio:
Al ritorno dal caffé con collega mi saluta una signora per strada, calorosamente. E cavolo non mi ricordo chi sia.
Ad un certo punto esclamo: “ah si ora ricordo! E’ la MARITA di X”

Ho esordito, in una riunione telefonica, con un “Si perfetto! Così tagliamo le gambe al toro” e per fortuna mi sono fermata solo a quelle……

e così via…
Insomma ho proprio bisogno di ferie, mi sento un po’ Dory adesso


Cosa stavo dicendo?

Stanco? No oggi no (cit.)

Ore 7.30 del mattino. Nella casa di Frettolandia.
Puffetta vuoi la mela di merenda?”
No mamma
la banana?
No
lo yogurt?
No mamma
e le ficchi in cartella il succo con un tronky. Oggi niente bio. Oggi nessun prodotto certificato dalle mamme di Perfettolandia. La sacra inquisizione-vegan mi verrà a cercare.
Ore 7.45 raggiungi la scuola per lasciarla al pre.
Arriva messaggio sulla chat di classe:
Le maestre chiedono di portare solo frutta a merenda fino alla fine della scuola
Lo sapevo. Lo sapevo, che hanno messo le videocamere in ogni casa per controllarci quando sgarriamo!
Lasci Puffetta a scuola, corri dal meccanico.
Parcheggi l’auto ed entri in modalità maratoneta, una delle quindicimila personalità che convivono con te nel tuo corpo, per riuscire ad arrivare in stazione.
Non collassi per il caldo e riesci addirittura a prendere il solito treno.
Ti auto applaudi per mezz’ora, nel frattempo speri di recuperare un colorito sano che non ricordi una fetta di melone.
Ovviamente non c’è posto a sedere.

Arrivi pimpante e fresca come una rosa, afflitta dai delicati temporali di questo periodo, in ufficio.
Entri dalla porta.
Appoggi la borsa.
Ti chiamano per una call urgente.

Non so perchè, ma mi sento particolarmente stanca.